giovedì 13 gennaio 2011

Domani mette neve


Grazie ad Alessandro Perissinotto un mio racconto (pubblicato per la prima volta nel 2005 su Parma Noir – Scrivere in giallo, MUP Editore, stavolta grazie a Guido Conti) è adesso disponibile online su E-Thriller [(...) I nostri e-book gratuiti si possono leggere sullo schermo del computer, sfogliandoli come un vero libro, oppure sui dispositivi portatili (sono ottimizzati per iphone, ipad, palmari) per averli sempre a disposizione sulla metropolitana, sul treno, in ogni piccola pausa. Se l'iniziativa vi piace, parlatene ai vostri amici, mandate in giro il link al nostro sito e segnalatela nei social network (...)].
Come scrissi ad Alessandro, credo pochissimo negli e-book in generale ma li intuisco proprio come uno strumento utile al racconto breve. Va be’, il discorso sarebbe lungo e complesso, intanto diciamo che Domani mette neve è disponibile qui.

martedì 4 gennaio 2011

Nel mio ultimo romanzo non cito nessuno


Ha già ripreso a piovere. Dal tetto del palazzo di fronte colano delle striature di muffe nere, che imbrigliano la facciata in una rezza. È oscena, sa di sciatteria e povertà, manutenzioni da rimandare. Al terzo piano, appartamento di sinistra, ci stanno sempre lenzuola bianche stese, giorno e notte, d’estate e d’inverno. È come se qualcuno le avesse dimenticate là, o se tendesse e stendesse di nascosto, per non farsi vedere da me. Al piano di sotto, Ugo s’affossa nella poltrona, a due metri dalla televisione. Sessant’anni, in pensione da una quindicina per via di un infortunio. Guidava ruspe per una ditta che lavorava con il Comune. Rimase con un piede sotto a un cingolo. Ora zoppica, ma poco più di me, s’aggrava giusto durante le visite di controllo. È solo, abbandonato come un cane, da sempre. Mai entrata una creatura in casa sua, neanche un canarino in gabbia, neanche il prete a benedire. L’ho visto tante volte masturbarsi, in questa precisa posizione, senza mai preoccuparsi di tirare le tende. Ha un uccello grosso come un matterello, ma deve essergli servito a poco nella vita. Più in alto a sinistra, nella casa che sta in faccia alla mia, ci vive un ragazzo sui vent’anni, da solo con la madre. Il padre è morto qualche anno fa e gli ha lasciato una piccola ditta di fibbie e gancetti di ferro, le rate dell’auto da pagare e certi debiti con i “neri” dell’agenzia ippica. La casa no, era già sua. Lui ha mollato la scuola e s’è messo sotto con la fabbrichetta. Non fa altro. Sta in fissa con il lavoro e con il calcio, l’unico svago sono le partite allo stadio, come massima trasgressione una trasferta. Donne zero. Si chiama Stefano. Spesso dà fuori di testa e se la prende con la madre, che si chiama Giada. Gridano che si sentono anche con i doppi vetri serrati. L’ho visto prenderla a schiaffi, afferrarla per i capelli, rincorrerla con la scopa. Una sera la scaraventò per terra e le piombò addosso e continuò a dargliele, sulla testa, sulle tette, sulla pancia. Afferrai il telefono senza sapere quale numero chiamare. Stetti lì, paralizzato con il cordless in mano, e continuai a guardarli. Pensai a quanta gente come me osservasse inerme da dietro le tapparelle, o forse nessuno, ero l’unico codardo. Pensai alla polizia e ai carabinieri ma poi chiamai proprio loro, in quella casa, e dal balcone vidi Stefano rallentare i colpi e smettere, alzarsi e passarsi le dita tra i capelli crespi, toccarsi le labbra, guardarsi le mani e incamminarsi di là, nell’ingressino, per andare a rispondere. Lasciai che lo facesse e poi riagganciai, e richiusi l’elenco telefonico senza appuntarmi il numero.

(da L'umanità, Elliot, 2010)

lunedì 27 dicembre 2010

Nel mio primo romanzo citavo Tom Waits


Misi in moto, cominciai a scendere per i tornanti. Accesi la radio, iniziava un pezzo di Tom Waits. Pensai a come si intitolasse, ma non mi veniva in mente. Era una canzone straziante. La luna stava ferma tra lo specchietto retrovisore e il parasole, poi curvai ancora e se ne andò. Abbassai il finestrino, l’aria fredda sulla faccia mi faceva lacrimare. Lo richiusi. Poi arrivò il ritornello e la riconobbi. Era Jersey Girl, l’album era Heartattack and Wine. La prima volta che lo avevo ascoltato ero a Londra, a casa di Gabriele. Lavorava in un pub vicino a Victoria Station e divideva un bilocale con una parrucchiera polacca. Mi sarebbe piaciuto tornare a trovarlo.
Arrivai allo stop che immetteva nella carreggiata principale. Aspettai che sfilassero due Tir, imboccai la strada e li sorpassai subito. L’ultima volta che avevo canticchiato quel pezzo, invece, ero nella macchina di Chiara. Stavamo tornando da una cena a casa di amici, in campagna, ed era sce­sa una nebbia densa, di stoffa grigia. Non si vedeva un tubo. Prendevo in giro Chiara perché aveva troppa paura, andava a due all’ora e ogni tanto frenava senza motivo. Poi ci trovammo in un oliveto, l’asfalto finiva e la nebbia sembrava riempire anche la macchina. Ci fermammo.
«Persi», dissi.
«E ora?», fece lei.
Io ridacchiavo e rantolavo con Tom. Chiara sbottò, spense il motore, tirò il freno a mano e si sfilò il maglione.
«Che fai, vai a dormire?», dissi. Lei mi morse le labbra, forte.
«Chiama la mamma, se vuoi. Io da qui non mi muovo finché non sbuca il sole».
Erano le tre di notte. La cassetta fece il giro quattro volte, e secondo Chiara passarono a trovarci, nell’ordine, due streghe, un maniaco sessuale, sei cinghiali, una manciata d’elfi, un guardone innocuo, un’altra strega, l’uomo lupo e infine uno scoiattolo. Poi venne l’alba.

(da Donne e topi, Fazi editore, 2004)

mercoledì 22 dicembre 2010

Brown Bunny Magazine


Brown Bunny Magazine nasce il 10/10/2010. Brown Bunny Magazine è la rivista di cinema, letteratura, arte, e spettacolo. Brown Bunny Magazine è fatta da Leonardo Moro. Grazie a Leonardo Moro soltanto su Brown Bunny Magazine Emiliano Gucci intervista Emiliano Gucci.

martedì 21 dicembre 2010

Nel mio primo romanzo citavo John Fante


Andai al comodino, tirai fuori Full of Life. Lo tenevo da solo, in un cassetto. Era l’unico posto pulito in tutta la stanza. Dentro quel libro conservavo le foto più preziose, le uniche che avevo. Ogni tre o quattro pagine ce n’era una. Mi sedetti sul letto e lo sfogliai. Rividi Sonia, piccola e rossa, un animaletto scappato da Marte. Rideva di me, di quanto ero imbranato con la sua macchina digitale. Girai pagina. C’era nonno Ernesto, a cavallo, la faccia dura come la terra da cui veniva. Poi c’era Sandra, il viaggio a Londra. A Sandra non piaceva quel libro. Non le piaceva quello che c’era scritto dentro, non le piaceva che io ci tenessi le foto. Diceva che sembrava un catalogo di anime, che lì dentro le persone perdevano spessore, dignità. Si riferiva alle donne, era chiaro. Forse sarebbe stato diverso se avessi messo le foto in un album, o se ogni donna avesse avuto un libro proprio. O se alla fine di ogni storia avessi bruciato tutto. Sapeva un cazzo, Sandra, dello spessore e della dignità dei miei amori. E poi non le piaceva John Fante, non poteva durare.

(da Donne e topi, Fazi editore, 2004)

giovedì 16 dicembre 2010

L'incipit del mio primo romanzo (2004)


«Quella dei chirridos è stata la goccia…».
«Racconta», dissi. Ero in birreria con Daniel, un amico argentino.
«Ti sembrerà una cazzata», fece lui.
«Non importa».
«Mi sono svegliato verso le quattro e non riuscivo più a dormire. Mi rigiravo nel letto, pensavo che quella casa non mi piace, non ci dormo tranquillo… poi sento dei rumori in cucina. Pensavo a un’impressione mia, ma ascoltavo bene e li sentivo ancora. Erano veri…».
«Che tipo di rumori?».
«Mah, suono di lamenti… como chirridos».
Inciampava in qualche argentinismo, ma per il resto parlava bene. Viveva in Italia da un anno e imparava velocemente.
«E poi?».
«Aspetto. Provo a dormire ma non c’è niente da fare, i suoni mi entrano nella testa, non mi danno pace… allora mi tiro su, metto le ciabatte e vado in cucina. Al buio, con la paura che la vecchia si sveglia…».
Bevve un sorso di birra e si passò la lingua sulle labbra. Poi continuò, senza fretta.
«Sento che i rumori vengono da sopra il mobile dei piatti. Mi avvicino e sto zitto, e ascolto, al buio».
«Ma cosa sentivi di preciso?».
«Suoni animali, acuti, schifosi… a momenti sono più forti, impresionanti, ti giuro».
«E allora?».
«Allora torno verso la porta, guardo che non venga luce dalle camere e mi giro verso i suoni. Poi accendo e apago la luce, veloce».
«Accendo e spengo la luce».
«Come?».
Sospirai. Interromperlo era sempre un errore, c’era il rischio di perdere il filo.
«Si dice spegnere. Io accendo e spengo la luce. Si dice così».
«Non si usa apago?».
«Te l’avrò detto mille volte».
«Bueno».
«E allora?».
«Cosa?».
«Hai visto qualcosa o no?».
«Nulla».
«E dopo?».
«Esco, guardo verso le camere. Non si muove niente».
«Dormivano tutti, mi sembra normale».
«En final accendo la luce, guardo bene sopra il mobile. Vicino al muro vedo una specie di scatola, coperta con un asciugamano…».
«Sì».
«Prendo una sedia e ci salgo sopra. I suoni sono vicini, insopportabili… io tremo dentro, giuro, avevo paura. Agarro l’asciugamano e lo tiro via…».
Ostentò una pausa smisurata, roba da teleromanzo di serie c. Era insopportabile. Detti fondo al mio boccale in silenzio, guardandomi intorno.
«E sai che ci trovo?», disse Daniel.
«Una scatola di vetro, con un bambino ripiegato dentro», feci con aria scocciata.
«No. Una gabbia con ratones. Neri, brutti, schifosi».
«Topi?».
«Sì, topi».