
Tempo fa, una sera, d’inverno, durante una presentazione in una bella biblioteca di provincia, la giornalista che m’intervistava accennò al libro Firenze carogna e mi fece una domanda del tipo qual è secondo te il vero cancro di questa città? Poi mi passò il microfono. C’era un bel pubblico, non troppo numeroso ma attento e partecipativo. Nella mia testa provai a organizzare il discorso cucendo gli ingredienti di cui mi sentivo convinto, mentre già la mia bocca cominciava a borbottare qualcosa. Luoghi comuni. Rimandi alla storia, all’arte, alla bellezza come vincolo, alle dimensioni, alla politica, a quanto sono pericolosi certi poteri quando si radicano così profondamente e così a lungo, senza scampo. Poi dissi del carattere dei fiorentini, di quanto poco ne sapessi io di certe faccende, di quanto meglio sto nella mia grotta a battere sui tasti, lontano dai cancan del palazzo e della città. Non fu una bella risposta. Parlai troppo, e male. La parola cancro mi aveva come sempre spaventato. E cucivo ancora, nella mia testa, mentre la giornalista già mi stava ponendo la domanda successiva.
Quando la serata finì, a un ragazzo che s’intrattenne per fare due chiacchiere, dissi:
«Le consorterie: questo avrei dovuto rispondere per centrare il bersaglio con un colpo solo».