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sabato 26 gennaio 2013

Intermezzo Fiorentino

In questi giorni è uscita anche la versione Ebook di


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Il buon vecchio cartaceo, €7.00 - qui.

sabato 16 aprile 2011

Parole chiave (che riconducono qui)

Questa le batte tutte: "ragazza ti invita vedere film hard mugello firenze". Ma sarà possibile?

lunedì 11 aprile 2011

Una presentazione

Tempo fa, una sera, d’inverno, durante una presentazione in una bella biblioteca di provincia, la giornalista che m’intervistava accennò al libro Firenze carogna e mi fece una domanda del tipo qual è secondo te il vero cancro di questa città? Poi mi passò il microfono. C’era un bel pubblico, non troppo numeroso ma attento e partecipativo. Nella mia testa provai a organizzare il discorso cucendo gli ingredienti di cui mi sentivo convinto, mentre già la mia bocca cominciava a borbottare qualcosa. Luoghi comuni. Rimandi alla storia, all’arte, alla bellezza come vincolo, alle dimensioni, alla politica, a quanto sono pericolosi certi poteri quando si radicano così profondamente e così a lungo, senza scampo. Poi dissi del carattere dei fiorentini, di quanto poco ne sapessi io di certe faccende, di quanto meglio sto nella mia grotta a battere sui tasti, lontano dai cancan del palazzo e della città. Non fu una bella risposta. Parlai troppo, e male. La parola cancro mi aveva come sempre spaventato. E cucivo ancora, nella mia testa, mentre la giornalista già mi stava ponendo la domanda successiva.
Quando la serata finì, a un ragazzo che s’intrattenne per fare due chiacchiere, dissi:
«Le consorterie: questo avrei dovuto rispondere per centrare il bersaglio con un colpo solo».

lunedì 21 febbraio 2011

Nel 2000 - il mio primo racconto pubblicato

Più che come ricordi o come flash di memoria si impongono come fotogrammi. Chiari e dolcemente in movimento, in una sequenza che non è la loro ma che soltanto di poco si dilata e rallenta per lasciarli guardare, gustare fino in fondo. Ne esco abbastanza male. Mi vedo in ginocchio nella polvere e nel fango del campino di via Rodari, con le mani ai fianchi a guardarlo scivolare via per l'ennesima volta in quei passettini scomposti ed a loro modo armonici, zompettare e scavalcare orsi fino a dieci metri dalla porta, poi tirare e cadere per l'impatto con la palla ed infilare per la quinta o la sesta volta il nostro Leo che, nonostante la riconferma, portiere non lo sarebbe mai stato. Quella fu l'ultima sfida fra le sezioni A e B, eravamo in quinta elementare, poi saremmo passati alle scuole dei grandi e le squadre sarebbero cambiate. Perdemmo dieci a quattro e fu, lo giuro, l'ultima volta che provai odio per Nino. Poi l'odio si trasformò in ammirazione e in affetto, forse in amicizia, anche perché Nino finì nella mia sezione D e fu per tre anni la mia ala destra. Alla scuola dei grandi, che è tutta un'altra cosa.
            Avevamo il prato verde proprio attaccato alle aule del tempo pieno e giocavamo molto di più, quasi ogni giorno, certe volte anche quando pioveva, in quelle ore in cui i professori pensano esclusivamente ad altro. E fu in quell'anno che Nino esordì in una squadra vera, nelle ultime partite del campionato, con la maglia con il numero cucito dietro e con i colori veri, rossa e blu, che sembrava grande sul serio, nel senso degli anni, ed ancora più piccolo di statura in quei calzoncioni che gli arrivavano quasi sotto le ginocchia a baciare i calzettoni, legati col filo bianco sempre troppo stretto sopra al polpaccio, pena la circolazione e la mobilità della caviglia. Avevamo dodici anni e Nino era piccolo davvero. Dalle gradinate di legno vecchio dell'ex campo Fraticini, col ghiacciolo che sconfitto dal sole mi intorpidiva e mi colorava la mano destra di rosa, lo vidi scaldarsi ed entrare in campo a dieci minuti dalla fine, col quattordici sulle spalle a rilevare un sette malconcio ed esausto, lo vidi divincolarsi fra gli orsi, prendere un botta a destra, poi una a sinistra, raggiungere il pallone e ricominciare la magia, con quel sasso di cuoio che pareva parte integrante della scarpetta destra, tutto fango e dolore, tutto una cosa sola, con l'allenatore che prima gli urlava di passare la palla e poi restava con la bocca aperta e l'immenso sigaro marrone penzoloni, ad ammirarlo, come me, piccolo e scoordinato, farsi strada e scavalcare la linea di confine di quell'area maledetta, e poi ancora un orso, l'ultimo, e poi il tiro e poi giù, con il culo per terra, che non avrebbe imparato mai, e la palla in rete ed il portiere, un orso per davvero, che ancora doveva capire anche soltanto una virgola, di tutto quel discorso. Il mio ghiacciolo rosa finì per terra, e forse anche il sigaro marrone dell'allenatore. E lui, Nino, non esultò neppure, pareva intontito, intimorito da quell'esercito di uomini più grandi di lui, e i suoi compagni invidiosi e allibiti gli dettero qualche pacca sulle spalle e gli dissero bravo, niente di più. Giocò le altre due partite da titolare e segnò altri tre gol. L'anno seguente sarebbe stato l'idolo della squadra, il campioncino; e ciò che contava, per altri due anni, la mia ala destra.
            Era piccolo piccolo, Nino, il più piccolo della classe, era scuro di pelle ed aveva i capelli e gli occhi nerissimi, i tratti forti e decisi anche in quel visino da bambino, inequivocabile figlio del sud e del Mediterraneo, le spalle strette e cadenti, le gambine corte e sottili, leggermente curvate all'interno come i giocatori veri, i piedini piccoli, quasi minuscoli, a prima vista inefficaci ad ogni eventuale ulteriore richiesta di equilibrio. Nino era piccolo ed era fuori dal branco, silenzioso, taciturno, cresciuto su una strada che non gli aveva regalato altro che quella sfera di cuoio, nessuna disinibizione, nessuna sfacciataggine, niente che suonasse maleducato o utile alla vita. Parlava poco ed apprendeva con difficoltà, e pareva triste. Molti di noi non lo risparmiavano affatto, ed oggi il cinismo di quell'età non posso far altro che ricordarlo con un sorriso sulle labbra, un sorriso amaro, perdente, codardo. Noi eravamo belli e luminosi, le nostre mamme facevano la gara a comprarci il maglioncino più bello, già guardavamo le ragazze e quando potevamo le toccavamo pure, noleggiavamo i film porno con il fratello maggiorenne di Sandro ed ascoltavamo la musica rock perché suonava demoniaca. Nino era il topo, il negro, il sudicio anche se sudicio non era, sapeva riscattarsi soltanto con trecento palleggi di seguito e neppure pareva volerlo fare, non si vantava, non si mostrava, aveva paura. Forse certe volte anch'io l'ho preso in giro, forse per cinismo o forse perché volevo soltanto scuoterlo e tirarlo fuori da quel torpore, non lo so; so per certo che quell'arte fra i suoi piedi cominciai ad amarla e basta, nessuna invidia, nessuna gelosia, soltanto amore per quella magica danza scorretta, quei quattro passi che per me valevano la rivalsa e per il resto del gruppo, il moltiplicarsi degli sberleffi fuori dal campo.
            In quegli anni Nino giocò due buoni campionati, fu visto e stravisto dalla selezione provinciale che lo portò con sé quando Nino aveva già quindici anni, non so per quanto tempo, forse due stagioni; mi hanno detto che tornò presto nella squadra locale e so soltanto che quel grande campione non prese mai la giusta strada, e mai divenne un grande campione. Gli mancava qualcosa, dicevano gli uomini del campino e quelli del Bar Zotti, qualcosa di piccolo ma di importante, il colpo decisisivo al momento decisivo, la freddezza del rigorista all'ultimo minuto della finale di Coppa, problemi caratteriali e basta. Dicevano che aveva paura. Io a queste cose non ho mai creduto, ma forse era proprio così. Nino fece tanti gol, ne sbagliò pochi ma molto importanti, e sbagliò sette rigori su undici nel suo ultimo campionato con la Provinciale. Una cosa per me incredibile. Comunque sia, almeno anagraficamente, crescemmo, e ci perdemmo un po' tutti, ognuno ad inseguire una delle tante vite qualunque fra cui ci capitava di poter scegliere, tutte uguali, tutte malinconicamente omologate e tristi, ognuno coi sogni soffocati e repressi chiusi nel cassetto, con la chiave gettata nel fiume, appoggiati alla balaustra di una routine di ferro ad aspettare di veder passare il proprio cadavere, magari il più tardi possibile. E lui, che forse un sogno non lo aveva neppure, lui che forse era il solo, di quella disgraziata classe sessantotto di questo meschino paese di provincia, il solo a poter ambire ad un qualcosa di un po' meno meschino, beh, lui si perse come noi, vittima di tutto e di niente, di tutti e di nessuno, forse soltanto di sé stesso e di quella stretta testolina nera, si perse a fare il lavoro del padre, il muratore e l'uomo impalcatura, che proprio non riesco ad immaginarmelo in quelle manine piccole e in quelle zampette da topo, a tirar su case per gli orsi. Sante, che ha cinquant'anni più di noi e dai vetri del Bar Zotti ci ha visto crescere tutti, racconta che Nino appese le scarpette tassellate ad un chiodo di alluminio, in camera sua, dicendo che quando il chiodo si sarebbe fatto debole e si sarebbe piegato per farle rotolare al suolo, probabilmente a lui sarebbero cedute le gambe, e forse quel giorno avrebbe detto basta; ma è soltanto un'altra delle tante storie a cui non ho mai creduto.
            Suo padre morì cinque anni fa, vittima di un lavoro mal fatto; lasciò Nino con la madre e con quattro o cinque o forse sei fratelli, uno più piccolo dell'altro, quasi tutti a mettere mattoni su mattoni e calce su calce. Poi uno di loro, credo il maggiore, venne arrestato per spaccio di stupefacenti a Rimini, quando era in ferie, tre o quattro anni fa. Salvatore, l'unico che di vista conoscevo anch'io, si è sposato ed è andato a vivere a Torino. Gli altri non so.
            Nino è sparito da un anno e nessuno sa niente di lui, neppure sua madre. Non ha portato via neppure un bagaglio, niente di niente, non ha detto niente a nessuno, non ha lasciato scritto niente, non ha chiamato, nulla di nulla. Qualcuno giura che sia andato via con Isaeva, una ragazza bulgara che frequentava da un paio di mesi e che è sparita pure lei. Andato via, forse in Bulgaria. Qualcuno pensa che lo abbiano rapito gli arabi, per farlo giocare in un fantomatico campionato interplanetario. Qualcun'altro crede che sia morto. Le ricerche hanno una faccia di gomma e di merda, e la credibilità cacciata in fondo al buco del culo, e sembrano mute e rassegnate al niente.
            Io che ho sbagliato tanti rigori in vita mia, forse tutti, io che questa vita l'ho messa su a suon di chiodi di alluminio e bestemmie sul mondo, ecco, io come tanti altri lo immagino con quel pezzo di cuoio attaccato al piede a far fuori orsi bulgari in un campetto della periferia di Sofia, col culo per terra dopo un tiro scomposto e con gli occhi negli occhi di Isaeva, che immagino alta e bionda e bianca, con le scarpe rosse e con tutti quei sorrisi che Nino si è lasciato per strada. In camera sua non è stato mai trovato nessun chiodo, e neppure le scarpette, ma è stato trovato un foro di trapano sulla parete dietro alla porta, un foro piccolo piccolo, e si sa, certe leggende sono proprio dure a morire.
            Fortunatamente, per noi che restiamo.


 [Nino e la leva calcistica della classe '68 - racconto ispirato alla (quasi) omonima canzone di Francesco De Gregori e vincitore del premio “Parol&note”, anno primo, indetto dalla Biblioteca Comunale di Empoli, Firenze - pubblicato nell'omonimo (stavolta sì) libro edizione speciale Millelire Stampa Alternativa, marzo 2000]

lunedì 31 gennaio 2011

Firenze


Un amico mi ha raccontato un sogno che ha fatto: Piazza Duomo deserta, senza più la cattedrale, né il campanile, né il battistero, ma soltanto un misero water nel mezzo, spoglio, senza neppure la cassa dello sciacquone. Chissà se significa qualcosa di preciso.

lunedì 17 gennaio 2011

Postumi natalizi nel mio primo romanzo


Arrivai in centro verso le otto e misi la macchina nel parcheggio del mercato centrale. Uscii fuori, su via dell’Ariento, e Firenze mi sembrò cattiva. Una ragazza piangeva forte seduta sul marciapiede. Teneva la testa tra le ginocchia, affondava le dita nei capelli chiari. Un tipo camminava su e giù davanti a lei e scalciava una lattina. Il mercatino aveva già chiuso. Ai lati della strada restavano dei grossi carrelli di legno pieni di roba, coperti da teli verdi e incatenati. Passai davanti alla chiesa di San Lorenzo. Un piccolo camion della nettezza urbana spazzava i bordi della via. Faceva un gran baccano. Due uomini alti e grossi lo precedevano e colpivano i rifiuti con delle scope di saggina alte quanto loro. Sui gradini della chiesa un gruppo di africani cantava accompagnandosi con dei tamburi. Era l’unica nota viva nell’aria, l’unica che combatteva la spazzatrice. Il cielo continuava a mostrare i muscoli, senza far paura a nessuno. Forse a Pistoia avrebbe fatto due gocce. Misi le mani in tasca, il mio fiato fumava nel buio. Per aria c’erano ancora le illuminazioni del Natale. Erano spente, mosce, si godevano un filo di vento. Mi avvicinai a qualche vetrina e detti un’occhiata ai prezzi delle scarpe. Non sapevo se ridere o piangere. Lasciai perdere e tirai dritto.
Il Duomo era molto grande, e molto potente. Era metà sporco e metà pulito, le impalcature gli impacchettavano un pezzo di faccia in una rete irregolare. In giro c’era qualche turista, qualche coppia abbracciata, qualche barbone, tre suore, un paio di cani incazzati. Infilai via De’ Pecori e mi avviai verso il pub. Camminavo con calma, c’era pace, le finestre delle case erano serrate, luminose di televisioni. Vicino a Santa Maria Novella, una signora mi chiese se volevo un po’ d’amore. La guardai. Aveva l’età di mia madre, la faccia segnata dalla vita, il trucco su un’altra frequenza, le gambe nude e gonfie. Le sorrisi. Anche lei mi sorrise, senza vergogna, chiuse gli occhi e mi chiese una sigaretta.
«Non fumo, mi spiace», dissi.
«Beato te».
«Potrebbe smettere anche lei, no?».
«Passa quando vuoi, io sono sempre qui».
Ci salutammo con tenerezza.

(Da Donne e topi, Fazi editore, 2004)