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lunedì 6 agosto 2012

L'orso - un estratto

[...]
Il suo urlo adesso è afono, giusto un fischio fioco che si sperde nell’aria.
Ha un tubo di gomma trasparente piantato nel fianco. Dentro vi scorre un liquido scuro. Penso a un drenaggio, sangue asportato via, ma poi mi pare piuttosto un qualcosa che gli viene pompato dentro, da un carrello che sta a qualche metro di distanza, due grossi fusti metallici e un congegno di rubinetti e termostati, sifoni, cavi.
Io ho paura.

mercoledì 25 luglio 2012

L'orso mio, quello di Bobo

Un amico mi ha detto che fin dalla sinossi il mio orso gli ricordava Gigi balla di Bobo Rondelli. Anche a me veniva in mente di continuo, cercando il racconto e scrivendolo, anche se volevo tracciare una storia del tutto diversa. Adesso eccoli qui, tutti e due gli orsi insieme. Viva Bobo.


sabato 7 luglio 2012

L'orso, Zoom, Feltrinelli Editore

«Tu sei mai stato bambino?» mi domanda.
Mi rigiro tra le mani il sacchetto di nailon con la poca spesa che siamo riusciti a racimolare.
«Non me lo ricordo» dico.
«Io da bambina viaggiavo continuamente» dice. «Eppure non sapevo che il mondo fosse ovunque diverso. Viaggiavo per conto mio, nella mia testa, e incontravo tutti posti uguali. Le case, le strade, i paesaggi. Una città identica all’altra e ugualmente quella dopo, e così tutte le persone che ci abitavano».
Non dico niente. A me sono serviti decenni per convincermi che le cose stanno realmente così.

giovedì 5 luglio 2012

L'orso


Vi segnalo l'uscita, oggi, di un mio nuovo racconto pubblicato nella collana Zoom di Giangiacomo Feltrinelli Editore. Si intitola L'orso. Si può acquistare soltanto in versione digitale. Spero vi vada di leggerlo e farmi sapere cosa ne pensate. Ci tengo molto. In attesa del mio nuovo romanzo (che sarà anche di carta).

martedì 27 settembre 2011

Vasche


Torno al corso di nuoto. Avrei pagato la retta fino all’estate. Ho saltato qualche lezione dopo un brutto spavento, ma oggi ho voglia di riprovarci. Il punto è che ho deciso di imparare a nuotare a trentanove anni. È tardi. Non è per niente facile. Non è come per altre pratiche che non hanno tempo, né età. Questa ce l’ha, eccome. Il cervello ormai s’è imbrigliato e non è detto che decida di mettersi in gioco. Il corpo s’è impigrito, certi muscoli sono rimasti là, inutilizzati da chissà quanti anni, e poi le inibizioni, i freni. È una bella sfida e l’ho voluta azzardare. Lo scorso settembre mi sono tuffato per la prima volta nel cloro della piscina comunale insieme alle casalinghe del paese, i pensionati, donne incinte, certi studenti, certi storpi, incidentati in riabilitazione. Mi sono lasciato insegnare da un figlioletto muscoloso che avrà vent’anni meno di me e appena rificco la testa sotto mi prende in giro, ci giurerei. Ho provato ad ascoltarlo, l’ho guardato mimare i movimenti, la respirazione. Gli ho creduto, ho bevuto e tossito e ho avuto paura, ma non mi sono mai scoraggiato. Ora vado, un po’. Le mie gambe spingono forte, simmetriche, nell’acqua non zoppicano. A stile libero nuoto piuttosto bene, anche due vasche filate senza sosta. A dorso di meno, a rana per niente.


Vorrei che il mondo fuori somigliasse a questo mondo qua. Sto con la testa sott’acqua, nell’azzurro ovattato che pacifica, soffio le bollicine e sento l’affanno annebbiarmi la mente. Mi piace. Raggiungo il termine della vasca, poi riemergo, poggio i piedi sul fondo e rifiato. Vedo una donna della corsia accanto col sangue che le cola dal naso. Cerca di tamponarlo con una mano mentre passa sotto i cordoli che separano le corsie, ma non basta, il sangue gocciola nell’acqua e fa un brutto effetto. Allora non ci credo. È come se certe scene mi venissero a cercare. Come se tutto intorno fosse così. Vorrei chiedere conferma a qualcuno accanto a me, scuotere un vecchietto in costume e domandare: «È vero che accadono solo disgrazie? È vero che quella donna sta sanguinando?». Tutti si allontanano, la distanziano come un’appestata, nessuno l’aiuta per risalire le scalette. Alcune signore sembrano spaventate, altre divertite. Mi avvicino alla donna. Vorrei soccorrerla però adesso sono rallentato, come ipnotizzato. L’istruttore interviene prima di me, le tende una mano, la tira fuori, le chiede quale sia il suo accappatoio e glielo passa.
«Ti capita spesso?» domanda.
«Ho preso una botta» dice lei, mentre si incammina verso gli spogliatoi.
«E com’è possibile?» chiede l’insegnante. «Tanto forte?».
Allora lei si blocca e lo guarda in carogna, sforzando gli occhi al basso, demoniaci, mentre tiene la testa rovesciata indietro. Avrà cinquant’anni. Ha un bel culo, lo noto solo stamani, e unghie dei piedi minuscole e curate, gli avambracci pelosi più dei miei.
«Me la paga, quella troia» dice, e si riavvia spedita sul pavimento fradicio. «Troia bagascia, muso di capra».
Subito parto per una vasca a stile libero, senza neanche prendere il respiro adeguato. Come ogni volta crederò di affogare, ma neanche oggi capiterà.



[Da L'umanità, Elliot 2010]


domenica 13 febbraio 2011

Giovedì 17 febbraio ore 21.30 a Vicchio



Giovedì 17 febbraio 2011 ore 21.30
Emiliano Gucci
presenta
L’UMANITÀ
Biblioteca Comunale "Giotto" - Piazza Don Milani
Info: 0558448251 - biblioteca@comune.vicchio.fi.it


domenica 6 febbraio 2011

Fabbrica nel mio ultimo romanzo


Con Mario, prossimo alla pensione, complici nell’unico lavoro di imballaggio da svolgere in coppia. Non esiste, in fabbrica, tra tutta la varietà di mansioni, una peggiore di questa. Si tratta di pezzi da assemblare a caldo, non appena la scocca viene espulsa dallo stampo, cosa che accade ogni diciannove secondi. Se il pezzo madre si fredda, i pezzi complementari non s’incastrano più e va buttato via tutto. Il feeling nella coppia è indispensabile: uno degli operai recupera la scocca dalla buca, la pulisce dalle sbavature, ci applica i componenti; l’altro insacchetta l’oggetto compiuto, una pattumiera, ci mette il bollo della garanzia e l’adesivo con l’ISBN, ogni tre sacchi chiude una scatola e la ripone sul bancale di legno, ogni sedici scatole porta via il bancale e ne stende un altro, rifornisce di componenti il banco, di materiale grezzo i cassoni della pressa, di pastiglie colorate la tramoggia.
Stiamo lavorando da sette ore in questo vortice. Ne manca ancora una. Ci siamo dati il cambio tre volte, una ogni due ore, così adesso starebbe a Mario, fino alla fine del turno, spaccarsi le mani e bestemmiare per incastrare quei pezzettini prima che mamma si raffreddi.
È spossato. Si è sfilato i guanti, si aiuta con delle pinze, suda e s’affanna per tenere il passo della macchina, ma non ce la fa più. Ha dalla sua parte l’esperienza e certe astuzie conquistate sul campo; ha contro l’età, i polmoni, gli avambracci che non sono più quelli di una volta, le dita anestetizzate che non sanno più quello che toccano. Ha gli occhi lucidi di rabbia e non so cosa sia meno offensivo, proporgli ancora un cambio o lasciare che ci provi fino all’ultima goccia.
Continuo nella mia tiritera fingendo di non accorgermi del suo disagio. C’è un’aria pesa tra noi, di amicizia e rancore. Poi Mario fa tutto da sé. Credo che l’età sappia insegnare anche questo. Posa le tenaglie e ferma la pressa, così, che sembra a caso, e invece è nell’unico passaggio utile per non comprometterne il ciclo. Per una quarantina di secondi potrà stare in questo modo, a fauci spalancate, fumante, senza che niente si rovini e che nessuno se ne accorga, neanche studiando i numeri di fine produzione. Mi guardano, lui e la pressa, e non so chi tra i due appaia meno deprimente. Faccio per prendere il suo posto, di là dal bancone d’acciaio e legno intarsiato di donne e sfide calcistiche, politica zero. Mario mi prende per un polso e lo stringe. Le sue mani sono ancora possenti, ruvide che suonano quasi confortanti.
«Se non vuoi, chiediamo ai capi» dice. «Non è giusto che ti sacrifichi per me».
Non gli rispondo, se non stringendo a mia volta il suo polso da orango, con la mano sinistra, per far sì che mi liberi la destra e mi permetta di riattaccare il lavoro. Sfilo al suo posto, premo il bottone rosso che fa riavviare le danze. Mi infilo i guanti.

(da L'umanità, Elliot, 2010)

martedì 4 gennaio 2011

Nel mio ultimo romanzo non cito nessuno


Ha già ripreso a piovere. Dal tetto del palazzo di fronte colano delle striature di muffe nere, che imbrigliano la facciata in una rezza. È oscena, sa di sciatteria e povertà, manutenzioni da rimandare. Al terzo piano, appartamento di sinistra, ci stanno sempre lenzuola bianche stese, giorno e notte, d’estate e d’inverno. È come se qualcuno le avesse dimenticate là, o se tendesse e stendesse di nascosto, per non farsi vedere da me. Al piano di sotto, Ugo s’affossa nella poltrona, a due metri dalla televisione. Sessant’anni, in pensione da una quindicina per via di un infortunio. Guidava ruspe per una ditta che lavorava con il Comune. Rimase con un piede sotto a un cingolo. Ora zoppica, ma poco più di me, s’aggrava giusto durante le visite di controllo. È solo, abbandonato come un cane, da sempre. Mai entrata una creatura in casa sua, neanche un canarino in gabbia, neanche il prete a benedire. L’ho visto tante volte masturbarsi, in questa precisa posizione, senza mai preoccuparsi di tirare le tende. Ha un uccello grosso come un matterello, ma deve essergli servito a poco nella vita. Più in alto a sinistra, nella casa che sta in faccia alla mia, ci vive un ragazzo sui vent’anni, da solo con la madre. Il padre è morto qualche anno fa e gli ha lasciato una piccola ditta di fibbie e gancetti di ferro, le rate dell’auto da pagare e certi debiti con i “neri” dell’agenzia ippica. La casa no, era già sua. Lui ha mollato la scuola e s’è messo sotto con la fabbrichetta. Non fa altro. Sta in fissa con il lavoro e con il calcio, l’unico svago sono le partite allo stadio, come massima trasgressione una trasferta. Donne zero. Si chiama Stefano. Spesso dà fuori di testa e se la prende con la madre, che si chiama Giada. Gridano che si sentono anche con i doppi vetri serrati. L’ho visto prenderla a schiaffi, afferrarla per i capelli, rincorrerla con la scopa. Una sera la scaraventò per terra e le piombò addosso e continuò a dargliele, sulla testa, sulle tette, sulla pancia. Afferrai il telefono senza sapere quale numero chiamare. Stetti lì, paralizzato con il cordless in mano, e continuai a guardarli. Pensai a quanta gente come me osservasse inerme da dietro le tapparelle, o forse nessuno, ero l’unico codardo. Pensai alla polizia e ai carabinieri ma poi chiamai proprio loro, in quella casa, e dal balcone vidi Stefano rallentare i colpi e smettere, alzarsi e passarsi le dita tra i capelli crespi, toccarsi le labbra, guardarsi le mani e incamminarsi di là, nell’ingressino, per andare a rispondere. Lasciai che lo facesse e poi riagganciai, e richiusi l’elenco telefonico senza appuntarmi il numero.

(da L'umanità, Elliot, 2010)